Skip to content
Skip to content Skip to footer

© Martina Leo

Chi sono

Sono nata a Grottaglie nel 1985 e sono cresciuta nella periferia allora incontaminata di Villa Castelli (BR). Lì vivevo una dimensione selvatica con i miei amici. Quando non ero con loro, passavo il tempo nel garage di mio padre, falegname. Non era una vera officina, ma per me era un rifugio, lo stesso che oggi ritrovo nelle immagini che creo. Mi sembra di sentire ancora l’odore della segatura e della colla vinilica: giocavo con gli scarti della lavorazione, e in quei giochi solitari e silenziosi ho imparato a tradurre in immagini le parole invisibili.

Tra questi,  un gioco fatto di cubi di legno dipinti, da combinare per comporre figure sempre diverse. Ne ero ossessionata: mi affascinava la mescolanza dei pezzi, la possibilità di generare immagini nuove. Quel modo di giocare è esattamente ciò che faccio oggi: opere costruite sulla combinazione, su moduli che mutano e si ricompongono.

Da quel garage la strada è stata quasi naturale. Mi sono diplomata in Grafica all’Istituto Statale d’Arte di Grottaglie e ho proseguito la formazione all’Accademia di Belle Arti di Lecce, specializzandomi in Pittura. 

Dal 2010 mi occupo di didattica dell’arte attraverso vari progetti, laboratori per bambini e ragazzi e percorsi che intrecciano arti visive e performative, orientati al fare, alla relazione e alla crescita, con residenze di artisti nazionali e internazionali (La Chimera).

Dal 2015 insegno Arte e Immagine, Storia dell’Arte, Arti Grafiche e Arti Figurative, portando la mia esperienza laboratoriale nella scuola secondaria di primo e secondo grado.

La mia ricerca

Il mio lavoro nasce da tre nodi: spazio, tempo, presenza. E da una tensione che non smette di attraversarmi, quella tra natura e condizione umana. La presenza della natura chiama alla contemplazione, alla femminilità, alla procreazione. Al legame indissolubile tra l‘essere e l’ambiente circostante, inteso come estensione del sé, come connessione tra la materia del mondo e quella interiore. 

Il legno è la materia a cui torno sempre, capace di muoversi e trasformarsi. È un’idea che mio padre mi ha tramandato, mostrandomi il pino monumentale della mia infanzia: le spaccature della sua corteccia sono il segno di una mutazione continua, invisibile a occhio nudo. Quel modo di vedere il legno come materia sempre viva è diventato un pattern che ritorna nei miei lavori, tra linee parallele e fluttuanti e forme plastiche e dinamiche.

Da questi elementi nasce la mia ricerca artistica, di cui un esempio sono le pittosculture: strutture tridimensionali dal dinamismo manuale, che generano immagini variabili a seconda del movimento di ogni singolo elemento,  come un gioco combinatorio, dove incastro e scomposizione sono anche l’architettura dei dipinti e delle illustrazioni

Nulla è scollegato: ciò che creo, ciò che sono e che sono stata, fa parte dello stesso innesto infinito. Per questo nei miei lavori ritornano elementi e personaggi che migrano da un’opera all’altra e abitano luoghi sempre diversi, come un continuum, un cordone che non si può spezzare.

I personaggi che abitano i miei lavori hanno volti vuoti e silenziosi, corpi nudi e anonimi, ed esplorano e si muovono in spazi onirici.

Non cerco la produzione mimetica della natura, mi muovo all’interno di immaginari che, pur richiamando elementi della realtà, se ne discostano consapevolmente. Creo giardini segreti che aspirano alla bellezza assoluta e insieme sono un rifugio, micro e macro cosmi dove figure piccole e umane si perdono tra foglie enormi, uccelli totemici, lucertole antiche, acqua che scorre, tutto in una palette cromatica antinaturalistica

Più che paradisi perduti, sono luoghi dello spirito: spazi dove la forma continua a mutare e s’incurva, proprio come il legno.